Progetto Yeah!: quella disabilità che ispira soluzioni

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Alcune settimane fa due giornalisti di rango come Massimo Fini e Maurizio Molinari sono andati in conflitto: l’uno perché a causa della prossima cecità riteneva di non poter più lavorare; l’altro, più giovane, non vedente e costretto a trovare lavoro all’estero a causa della propria disabilità, perché respingeva il nesso di causalità tra cecità e impossibilità di lavorare, sottolineato da Fini.
«Con la sua scelta – spiega Molinari – il signor Fini legittima quelli che hanno rifiutato di farmi lavorare. Non nasconda dietro l’handicap una sua libera scelta».

La condizione di disabilità, come altre condizioni della vita, mette le persone alla prova. Come si è detto, due sono le possibili risposte: rinunciare a sperimentare ogni percorso che indichi la via dell’autonomia; o darsi da fare, e molto seriamente. Fabio Lottie Marco Andreoli – economista non vedente l’uno, filologo ipovedente l’altro – hanno scelto questa seconda strada mettendo a disposizione del pubblico le proprie competenze culturali, professionali e umane. In poche parole hanno lasciato che la loro disabilità ispirasse un modello di formazione e consulenza utile a tutti, senza distinzioni. Si tratta del progetto Yeah! che nasce all’interno della cooperativa sociale Quid Onlus e specializzato sulla disabilità e sull’accessibilità dei servizi.

Sabato 9 Maggio lo presenteranno sul palco del Gardaland Theatre. A supporto del messaggio interverranno alcune persone con disabilità che hanno raggiunto grandi risultati nello sport, nel lavoro e nell’impegno civile. Racconteranno la propria esperienza e testimonieranno che i limiti per chiunque, con o senza disabilità, sono soprattutto mentali. Questi testimoni racconteranno come hanno fatto, materialmente, a coltivare la propria passione fino a raggiungere prestazioni eccellenti.

Così si succederanno sul palco Simone Salvagnin, atleta plurimedagliato di paraclimbing, non vedente; e Urko Carmona, campione del mondo nella stessa specialità e fortissimo scalatore su roccia, che nonostante l’amputazione di una gamba ha raggiunto risultati straordinari battendo atleti senza disabilità. Si esibiranno anche Elena Travainie Anthony Carollo. Lei che non ci vede e lui che in scena si benda, sono i fondatori del progetto Blindy Dancing – Danzare a occhi chiusi. Vale la pena sottolineare che sono maestri, non solo ballerini.

La lettera iniziale della parola Yeah!, la ipsilon, graficamente è stata trasformata in una fionda proprio per indicare che quando uno di noi si lancia nel mare della “possibilità” forse rischia, sicuramente cresce.«Lanciati oltre i limiti» recita, infatti, lo slogan della manifestazione, perché chi ha una disabilità non è diverso, ma per guadagnare fette sempre più larghe di autonomia, deve sperimentare modalità spesso note solo a chi ha già vissuto l’esperienza (un’altra persona con la stessa disabilità, per esempio). Il fine che persegue il progetto, allora, è proprio quello di mettere in contatto la domanda di formazione, istruzione e tutoraggio e l’offerta di corsi (anche a domicilio o via Skype o in formula mista) che divulgano saperi e conoscenze. Il progetto si rivolge momentaneamente alle persone con disabilità visiva perché i fondatori hanno appunto questa disabilità. Ma nulla vieta che il modello di formazione possa essere replicato per altre forme di disabilità.

Il concetto di formazione, inoltre, è rivolto anche a persone senza disabilità che vogliono imparare a mettersi correttamente in relazione con persone con bisogni speciali, tra cui le persone con disabilità . Perché l’accessibilità non si misura solo abbattendo le barriere architettoniche ma anche rendendo fruibile un servizio.
(corriere.it)

di Giovanni Cupidi

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