18 luglio 1991 – Noi Siamo Immortali

Tratto dal libro “Noi Siamo Immortali”

Cari lettori mi fa piacere condividere con voi, in occasione della ricorrenza del giorno in cui sono stato colpito dalla mia patologia, le righe che ho dedicato a questo fatto nel mio libro Noi Siamo Immortali scritto insieme alla giornalista e amica Veronica Femminino. Il libro è stato pubblicato due anni fa per cui questo sarà il ventinovesimo anno.

“Un giorno la tua vita cambia per sempre e non per un fattore esterno, ma per qualcosa che si verifica in te nel senso più autentico dell’espressione. Nel mio corpo è come se fosse crollato un “viadotto” sul quale transitano segnali e informazioni in entrata e in uscita. Mi è accaduta più o meno una cosa del genere. È ciò che io chiamo “il fatto”. Altri potrebbero parlare di tragedia, ma io non la considero tale. Ventisette anni fa nasceva il nuovo Giovanni e questa seconda venuta al mondo è stata, credo, più traumatica della prima. Anzi, lo è stata sicuramente, perché della prima non posso avere memoria, mentre della seconda ricordo ogni particolare, quasi ogni attimo. Ventisette anni fa è iniziata questa mia seconda vita, nella quale ho vissuto giorno per giorno come nessuno si sarebbe mai aspettato che riuscissi a fare. Il 18 luglio 1991, improvvisamente, sono stato colpito da una patologia di cui ancora oggi si ignorano le cause. Un evento rarissimo per la scienza medica. Una patologia imprevista, dicevo, ma anche violenta. Mi svegliai quella mattina con un dolore lancinante all’altezza della scapola destra, che avevo già avvertito la sera prima ma che avevo sottovalutato, attribuendolo a una lunga partita di tennis che avevo giocato quel giorno stesso o a un colpo di freddo (ero stato davanti alla tv prima di andare a dormire con il ventilatore al massimo). Un dolore terribile che ancora oggi ricordo perfettamente. Io e mia sorella eravamo soli nella grande villa a Patellaro, la casa in campagna, la casa dove, nel bene e nel male, è sempre accaduto tutto. Tre settimane prima avevo superato gli esami di terza media. Quel giorno mia madre era uscita per assistere al montaggio di una porta blindata nella casa in paese; per fortuna il lavoro non venne più eseguito, lei tornò a casa prima e fu dunque in grado di soccorrermi. La notte precedente avevo dormito nella stanza dei miei, nel lettone insieme a mio padre, come spesso facevo sfrattando mia madre in camera mia. Al mio risveglio, un risveglio “col botto” oserei dire, mi accorsi subito che qualcosa non andava. Chiamai quindi mia sorella, ci spostammo in terrazzaper avere più linea e tramite un telefono portatile a radiofrequenza (altro che smartphone!) contattammo mio padre, che era al lavoro in ospedale. Gli spiegai la situazione e lui mi consigliò di assumere un farmaco per alleviare il mio malessere, ma non ne trassi alcun beneficio. Riuscii tuttavia a scendere al pianterreno. Con il passare dei minuti mi rendevo conto di non avere più il controllo del mio corpo, prima delle gambe e poi delle braccia. Nonostante cercassi di mantenermi razionale, la paura aveva iniziato a prendere il sopravvento. Il dolore non mi mollava, anzi aumentava, e l’arrivo di mia madre mi sembrò una benedizione. Se sono ancora vivo è innanzitutto grazie a lei e alla sua capacità di agire con lucidità, anche se ben presto il suo incoraggiamento sarebbe servito a poco, al contrario del suo pragmatismo. Mi rendevo pian piano conto di come la situazione si stesse aggravando: l’incapacità di stare in piedi o di muovere e sentire i miei arti mi faceva comprendere il quadro drammatico che si stava sviluppando. Volevo fare pipì ma non ci riuscivo e in bagno crollai a terra. Chiara e mia madre riuscirono a mettermi seduto in una poltrona, dopo un secondo crollo sul pavimento tra il bagno e il soggiorno; cercando di sollecitarmi con pizzicotti e solletico si accorsero che non avvertivo più gli stimoli esterni. Così contattarono nuovamente papà, chiedendogli di tornare a casa da Palermo perché la situazione era precipitata. Mia madre continuava a rassicurarmi ma in me crescevano la preoccupazione e la frustrazione. Ero attento a quanto avveniva nel mio corpo ma non riuscivo a capirlo poiché non assomigliava a nulla che avessi sperimentato in precedenza. A un certo punto iniziò a mancarmi l’aria e chiesi a mamma di farmi la respirazione bocca a bocca. Dopo, il buio. Fitto, nerissimo, molto più nero di quando “il sonno del giusto” ci avvinghia. Non so esattamente quanto sia durato. A un certo punto ripresi conoscenza, sentendo prima la voce di mio padre, che nel frattempo era rientrato dal lavoro precipitosamente, e poi vedendolo accanto a me quando si sostituì a mia madre nella respirazione. Intanto mamma era scesa in strada ed era riuscita a fermare un signore che tornava dai campi: mi caricarono sul-l’automobile di mio padre e quell’uomo, molto agitato, si mise alla guida. Io ero sdraiato sul sedile posteriore insieme a papà, non riuscivo più a pronunciare una sola parola, ma con gli occhi gli feci capire di abbassare quanto più possibile i finestrini per fare entrare l’aria e di aiutarmi a respirare. Ancora non sapevoche da quel momento in poi, per molto tempo, avrei dovuto “parlare” con gli occhi. I miei polmoni erano come spugne avide di assorbire aria ma incapaci di farlo. Mi sentivo come se stessi precipitando in un burrone, come se stessi arrivando in un posto dal quale non c’era più ritorno. In auto erano tutti zitti, Chiara piangeva a dirotto. Fuori faceva caldo, era una bella giornata d’estate dal cielo limpido. Fu una corsa contro il tempo, contro il traffico, contro il poco ossigeno che entrava nei miei polmoni; una corsa sfrenata per raggiungere il reparto di rianimazione del policlinico dove fui accolto dai colleghi di mio padre. Un medico con i baffi e il camice verde continuò a farmi la respirazione bocca a bocca, poi mi attaccarono a una macchina che respirasse per me. Persi di nuovo i sensi. Tutto era successo nel giro di un paio di ore. Da quel giorno in avanti si navigò a vista per capire cosa mi stesse accadendo. Ed ecco che ero nato di nuovo, una di quelle nascite a rischio, che lasciano esiti drammatici e cicatrici, difficoltà da affrontare e pericoli da evitare e superare, con la sofferenza come compagna ma con una nuova esistenza tutta da vivere.”

NB. Puoi acquistare Noi Siamo Immortali nella sezione dedicata sul menù.

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