Gaza, “dopo i bombardamenti i grandi dimenticati sono disabili e bambini”

Yousef Hamdouna, responsabile della ong EducAid nella Striscia, racconta come i progetti per le famiglie palestinesi di persone con disabilità siano stati prima sospesi e poi rimodulati, dopo l’operazione militare israeliana. “Anziché andare avanti, a Gaza ci sembra sempre di tornare indietro”

Nella Striscia oggi viviamo una situazione insostenibile: migliaia di famiglie palestinesi hanno perso la casa, 54 scuole sono state danneggiate, le strade sono distrutte e muoversi è molto complicato. Anche le nostre attività sono state sospese e poi rimodulate secondo nuove esigenze: anziché andare avanti, qui a Gaza ci sembra sempre di tornare indietro”. Yousef Hamdouna, responsabile dei progetti della ong riminese EducAid nella Striscia, ha la voce stanca mentre parla dal suo ufficio di Gaza City. Nell’ultimo attacco, avvenuto dal 10 al 21 maggio, sono morti a Gaza 232 palestinesi, tra cui 65 minorenni, e 1.948 sono stati i feriti. Le vittime israeliane sono invece in tutto 12, con centinaia di feriti.

A Gaza, 3 mila famiglie hanno perso la loro casa nei bombardamenti, mentre altre 11 mila hanno subito danni così gravi all’edificio che non possono più viverci dentro: molte case verranno demolite perché a rischio di crollo – spiega Hamdouna –. Per la ricostruzione ci sono tempi molto lunghi, e così le agenzie internazionali danno un contributo per cercare un alloggio da prendere in affitto. È chiaro però che questa situazione non è sostenibile: con tutte queste persone in strada, anche i nostri progetti sono stati modificati e ripensati per affrontare le nuove necessità”.

Dal 2003, EducAid lavora nella Striscia nel settore dell’educazione inclusiva, per promuovere l’inclusione scolastica dei bambini con disabilità e difficoltà di apprendimento. Nel 2018, grazie al progetto “I-Can: Indipendence, Capabilities, Autonomy, Inclusion”, è stato inaugurato il primo Centro per la vita indipendente per le persone con disabilità, esperienza unica nella Striscia ma anche in tutto il Medio Oriente: l’obiettivo è quello di rafforzare l’indipendenza e l’autodeterminazione delle persone con disabilità.

A Gaza abbiamo scarsa disponibilità di ausili per le persone con disabilità – continua Hamdouna –. Dopo più di 15 anni di assedio, tanti ausili qui non arrivano, perché servono i permessi da parte di Israele, che non li concede dicendo che i materiali potrebbero essere utilizzati per costruire armi. E poi c’è scarsa accessibilità ai luoghi, anche a causa delle distruzioni e degli attacchi. piani di emergenza e gli interventi per la ricostruzione non prendono in considerazione le esigenze delle persone con disabilità. Infine, le persone con disabilità hanno scarse possibilità di empowerment personale, per via di una scarsa accessibilità alla scuola e al mercato del lavoro, e di uno stigma sociale ancora molto forte”.

Ecco allora che il centro garantisce opportunità alle persone con disabilità per avviare processi di autonomia, attraverso un percorso pensato ad hoc sulle esigenze di ciascuno. Si creano così dei progetti di vita individuali: il percorso viene co-progettato con il beneficiario e anche la scelta dell’ausilio è fatto dalla persona stessa. “Si parte sempre dai bisogni e dai desideri della persona, e dal diritto di ciascuno di scegliere. Poi noi mettiamo a disposizione il nostro expertise”.

Il team multidisciplinare che opera nel centro è composto da due operatrici sociali, due terapisti occupazionali che lavorano sugli ausili, un tecnico di officina che realizza gli ausili stessi, un’architetta che opera sull’accessibilità, due educatrici che lavorano soprattutto con i minori, e sei consulenti alla pari, ovvero persone con disabilità che hanno raggiunto un alto livello di empowerment e svolgono un ruolo di awareness, per aumentare la consapevolezza delle persone con disabilità riguardo i loro diritti e le loro possibilità di inclusione nella società.

 “Durante i bombardamenti il nostro centro ha dovuto chiudere: oggi abbiamo riaperto, ma abbiamo dovuto rimodulare tutte le attività – racconta Hamdouna –. A seguito dell’operazione militare, sono state dieci le associazioni e le ong che hanno avuto problemi e disservizi, di cui cinque erano associazioni che lavoravano con persone con disabilità. In più, il ministero dell’educazione ha deciso di chiudere anticipatamente l’anno scolastico, e questo ha complicato ulteriormente la situazione”.
Nelle scuole palestinesi, racconta Hamdouna, l’atteggiamento è più di integrazione che di inclusione: la legge prevede che i minori disabili vadano a scuola, ma spesso vengono isolati e trascurati. Con la pandemia, poi, è arrivata la didattica a distanza, che ha acuito le differenze.

Il progetto “Desi” di EducAid prevede proprio un intervento per far fronte all’emergenza Covid-19: oltre alla distribuzione di kit igienici e il miglioramento dei cosiddetti “wash facilities” (bagni, lavandini), sono stati formati gli operatori e gli insegnanti per una didattica a distanza più inclusiva.

Se già in tutto il resto del mondo non si capiva come gestire la didattica a distanza, immaginatevi come poteva essere la situazione a Gaza, dove manca l’energia elettrica, le tecnologie, e dove gli scambi sono bloccati – afferma Hamdouna –. Qui la didattica in presenza esclude molti bambini disabili o con difficoltà di apprendimento: a distanza la situazione è ancora più complessa. Il progetto allora fa in modo che non si lasci nessuno indietro. Anche perché l’interruzione delle lezioni a Gaza non è condizionata solo dalla pandemia. i sono molte altre emergenze che portano alla chiusura delle scuole, come gli attacchi delle ultime settimane. È quindi interesse del ministero tenere sempre un piano B a portata di mano”.

I minori, racconta Hamdouna, sono tra le vittime più colpite dagli attacchi israeliani. A Gaza, quasi il 50 per cento della popolazione ha meno di 18 anni. “Durante i bombardamenti io ero a casa da solo. È un momento molto teso, si sta lì ad aspettare il rumore della prossima bomba e ci si chiede: ‘Colpirà me o qualcun altro?’. Sentivo i bambini, i miei vicini di casa, che urlavano. I traumi che vivono questi bambini sono enormi, ed è necessario un lavoro molto lungo per superarli”.
Anche Hamdouna ha due figlie, una delle quali ha una disabilità perché la madre è stata colpita da un bombardamento mentre era incinta.

Ora la mia famiglia è in Italia per poter fornire delle cure specifiche a mia figlia – conclude –. A Gaza la situazione è sempre peggio. Dopo gli ultimi scontri c’è stato un cessate il fuoco, ma si tratta di un cessate il fuoco molto fragile e pericoloso. Non c’è un vero accordo sulla tregua, e siamo tutti convinti che in qualsiasi momento gli scontri e i bombardamenti potrebbero riprendere. La frustrazione è quella di vedere che le nostre attività, anziché andare avanti, tornano sempre indietro. I progetti di cooperazione devono essere sostenuti da posizioni politiche e azioni diplomatiche, altrimenti è tutto inutile. Il silenzio da parte del mondo ci soffoca: noi moriamo sotto le macerie delle nostre case, e in Europa si parla dei palestinesi come se fossero dei terroristi. Eppure, in questo attacco gli israeliani non hanno bombardato nient’altro che case.

Si sente tanto parlare di diritti umani, ma diritti umani per chi? Chi sono gli umani?”.


(difesadelpopolo.it)

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