Perché le persone con disabilità devono avere per forza vite straordinarie?

Abbiamo chiesto a quattro osservatori “speciali” di riflettere con noi sul perché la rappresentazione mediatica delle persone con disabilità sia quasi sempre sopra le righe. L’inchiesta pubblicata sul numero di giugno di SuperAbile Inail

Ve lo ricordate Indovina chi viene a cena? È una pellicola del 1967 con Spencer Tracy e Katharine Hepburne. Una ragazza bianca s’innamora di un medico afroamericano e decide di sposarlo. Prima, però, deve presentarlo ai propri genitori. Malgrado l’orientamento dichiaratamente progressista, la coppia reagisce con sgomento, ma alla fine l’amore trionfa sul pregiudizio razziale. Prima di approdare al lieto fine, un po’ alla volta si scoprono le doti insospettabili del futuro sposo e, soprattutto, i suoi successi professionali. Allo spettatore resta il sospetto che l’affermazione sociale e lavorativa dell’uomo giochi un ruolo determinante di riscatto del colore della pelle. Ecco, per quanto nel tempo abbiano conquistato spazio e consenso mediatico, le persone con disabilità sembrano ricalcare la sorte di Sidney Poitier nel film di Stanley Kramer.

Per farsi perdonare la propria difformità rispetto al modello di normalità dominante devono possedere qualcosa di più. Essere speciali, presentare doti di vera o presunta straordinarietà. Così, dopo avere a lungo ignorato le loro sorti, i media sembrano oggi irrimediabilmente attratti dalle persone con disabilità e dalle loro imprese, sempre raccontate come eccezionali, anche quando si tratta di azioni di ordinaria normalità: suonare uno strumento musicale essendo ciechi, la laurea di una persona autistica ad alto funzionamento, la sposa in carrozzina. È assai più raro, invece, che una persona disabile venga interpellata dai media per un’abilità che non possa essere messa in relazione con il suo deficit. La regina della narrazione mediatica è la disabilità, protagonista ingombrante di uno storytelling che schiaccia e nasconde ogni altro tratto della storia e della personalità dell’individuo. Eppure la stessa Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità ci esorta a porre l’accento sulla persona e non sulla sua disabilità. Un invito ancora oggi in gran parte disatteso dai media.

“La regina della narrazione mediatica è la disabilità. Protagonista ingombrante di uno storytelling che schiaccia e nasconde ogni altro tratto della storia e della personalità dell’individuo”
“È come se le persone fossero sempre costrette a compensare la disabilità”

Intervista ad Alessandra Sarchi, scrittrice. Nel 2017 ha pubblicato per Einaudi “La notte ha la mia voce”. Il romanzo vede come protagonista una donna che, in seguito a un incidente d’auto, ha perso l’uso delle gambe.

“Concordo con l’assunto di partenza. Nella rappresentazione mediatica le persone con disabilità sembrano condannate a condurre vite straordinarie, senza potersi mai permettere la normalità”. Alessandra Sarchi, storica dell’arte e scrittrice non ha dubbi: per una buona rappresentazione delle persone disabili c’è ancora tanta strada da fare. “Mi pare che il modello dell’eccezionalità si sia imposto anche in virtù dell’esistenza di atleti disabili che compiono imprese effettivamente straordinarie. Come se, a compensazione della propria disabilità, una persona dovesse per forza avere una vita eccezionale, portando a termine imprese che mettano in ombra la sua condizione oggettiva. Insomma, con tutta la stima e la simpatia che nutro per il mondo paralimpico, direi che prendere gli atleti a modello universale rappresenta un altro modo per negare le difficoltà e i limiti.

Di fatto vuol dire scaricare una responsabilità sociale, relegando in secondo piano l’attenzione verso le necessità delle persone disabili e il superamento delle barriere. Si tratta di una visione falsata e deresponsabilizzante, diffusa su i media e sui social, dove le storie di chi compie imprese straordinarie funzionano molto. Ma tanta enfasi sembra eccessiva. È come se per accettare la disabilità si dovessero sempre cercare forme di “ipercompensazione”. Viceversa mi pare che manchi completamente un’accettazione reale della disabilità, perché non vedo mai persone disabili interpellate per le loro competenze specifiche. Questo non fa che rimarcare la difficoltà a considerare un determinato tipo di fisicità come accettabile. Se vengo chiamata in televisione, il tema diventa la mia condizione fisica di donna che si sposta in sedia a ruote anziché i miei libri”.

“Come se, a compensazione della propria disabilità, una persona dovesse per forza avere una vita eccezionale, portando a termine imprese che mettano in ombra la sua condizione oggettiva”

Eppure la Convenzione Onu del 2006 ci invita a porre l’accento sulla persona e non sulla sua disabilità.
In Italia c’è molto paternalismo, molto pietismo e pochissimo rispetto. Purtroppo prevale sempre il discorso di categoria. Non si viene presi in considerazione in quanto persone, con la propria individualità, ma per il fatto di appartenere a una categoria. In questo modo le persone si smarriscono.

Secondo lei, c’è un ambito in cui la disabilità è stata rappresentata meglio negli ultimi anni?
La letteratura ha degli strumenti più sottili per indagare questa condizione e quindi, nella narrativa, si possono trovare ritratti più interessanti e variegati rispetto ad altri mezzi di comunicazione o di espressione artistica, ma non vorrei generalizzare troppo. Carol Rama, un’artista nata intorno agli anni Venti del secolo scorso e morta di recente, ha dipinto ragazze in sedia a ruote per tutta la vita, portando molto presto questo tema nelle sue forme espressive. Esistono anche film carini, come “Piovono mucche”, che parlano della disabilità in modo divertente. E poi ci sono opere insopportabili, caratterizzate da uno sguardo esterno, che rende tutto paternalistico o patetico.

Perché è così difficile rappresentare la disabilità in un film?
Perché ci vuole un regista molto bravo, una bella sceneggiatura e anche una storia matura, in cui il tema principale non sia la disabilità, ma la persona. Il problema è sempre lì. Per esempio, si potrebbe dire che un film come “Mare dentro” parli di disabilità, ma in realtà racconta la storia di un uomo che lotta per la libertà di decidere del proprio destino. È un film molto bello che si interroga su come una condizione di limitata autonomia, non solo fisica ma anche esistenziale, incida rispetto a una scelta fondamentale come quella di vivere o di morire. Insomma, il punto è non limitarsi alle singole problematiche, che pure sono importanti da indagare, ma cercare di vederle nel quadro più allargato delle aspirazioni esistenziali e dei diritti inalienabili che da questa condizione possono essere fortemente inficiati. È la capacità di mettere in rapporto il problema singolo con un discorso più universale quello che rende valida o meno una determinata rappresentazione della disabilità.

Ma i media generalisti hanno la possibilità di realizzare un’informazione più complessa?
Non è così difficile, se si parte dal fatto che parliamo di persone e non di categorie. Per esempio la Mattel ha fatto Barbie in sedia a ruote. Se cominciamo a vedere persone in sedia a ruote che fanno quello che fanno gli altri, nei limiti delle loro possibilità, il messaggio passa in un nanosecondo, senza bisogno di fare grandi ragionamenti. Ma da questo punto di vista in Italia siamo ancora indietro.

“Se cominciamo a vedere persone in sedia a ruote che fanno quello che fanno gli altri, nei limiti delle loro possibilità, il messaggio passa in un nanosecondo”

In un’intervista di qualche tempo fa ha lamentato il fatto che, quando la invitano in televisione, non è per esprimere la sua competenza su qualche argomento ma è la sedia a ruote a diventare l’argomento di conversazione.
Mi invitano molto poco anche perché sono in sedia a ruote, mentre il fatto di essere una donna non è particolarmente svantaggioso, a patto di essere carina. Per fortuna ho altri spazi di espressione, conquistati tramite le mie competenze. Credo, però, che chiunque dovrebbe interessarsi di un tema come la disabilità e non solo chi lo vive sulla propria pelle.

Secondo lei hanno senso i media specializzati sulla disabilità?
Penso di sì, soprattutto nella misura in cui riescono a dare informazioni che altrove non si trovano, e con un maggiore grado di approfondimento rispetto ai media generalisti, dove accade spesso che chi scrive di disabilità in realtà di questo tema non ne sappia niente. Inoltre, trovo utile l’esistenza di un’informazione più specialistica sul piano legislativo e più attenta alle battaglie per l’allargamento dei diritti o il maggiore rispetto delle leggi. Avere un organo preposto può essere importante, specie se avvertito come autorevole dalle istituzioni.

E sul piano del racconto di un mondo ancora forse poco conosciuto?
Si può raccontare tutto, dipende da come lo si fa. Io conosco lo spicchio molto limitato della mia vita, ma già quello di una persona che ha una disabilità leggermente diversa dalla mia mi sfugge. Qualsiasi racconto, se fatto con onestà e con la volontà di testimoniare, può essere prezioso.

“Dobbiamo raccontare le storie di tutti i giorni”

Intervista a Gianfranco Falcone, blogger, psicologo, precedentemente maestro di scuola elementare. Racconta la sua vita e altre cose sul blog de L’Espresso, “Viaggi in carrozzina”, e sulla rivista online Mentinfuga

“Nei media funziona più o meno cosi: o sei il supereroe disabile che affronta il mondo col cavallo bianco e la lancia in resta per sconfiggere i draghi oppure sei il disabile con il filo di bava, che non è in grado di intendere e di volere. Non esiste la terza possibilità”. Gianfranco Falcone è uno che ama spaziare, il suo blog Viaggi in carrozzina parla di tante cose diverse. E sulla rappresentazione mediatica delle persone disabili ha le idee chiare. “Quello che manca è la dimensione intermedia: non siamo tutti Zanardi, ma non siamo neanche tutti ‘vegetali’, esiste un popolo della disabilità molto variegato, fatto di persone che si alzano la mattina e vanno a lavorare in milioni di posti diversi: c’è l’attivista politico, il fotografo, il sarto, il giornalista. Il problema, però, è più generale: facciamo fatica a cogliere negli altri la molteplicità delle loro appartenenze. Ognuno di noi è tante cose messe insieme. Io sono Gianfranco, scrivo, mi piace andare a teatro, amo il vino, non sono padre ma sono figlio e sono fratello. Insomma, ho una molteplicità di sfaccettature. Quando il mondo esterno mi identifica semplicemente come disabile in carrozzina, ecco che mi colloca in una prospettiva che non è la mia. Perché io sono tante altre cose e non soltanto la mia carrozzina”.

“Quando il mondo esterno mi identifica semplicemente come disabile in carrozzina, ecco che mi colloca in una prospettiva che non è la mia. Perché io sono tante altre cose e non soltanto la mia carrozzina”

Ma allora la disabilità non andrebbe raccontata come “categoria”?
Il mondo della disabilità è fatto di mille sfaccettature diverse: esistono la paraplegia, la tetraplegia, l’autismo, la sindrome di Down, la cecità, solo per dirne alcune. È un universo talmente complesso che risulta impossibile pensare di poter fornire una lettura esaustiva di ciò che è o non è la disabilità. Per non parlare delle tante forme di disabilità occulta, basti pensare a quante persone con disturbo maniaco-depressivo possano essere considerate disabili, pur essendo assolutamente integrate nella società. Eppure la depressione maggiore è un disturbo di una ferocia incredibile, io non so se lo scambierei con la mia carrozzina.

Cosa si intende per “normalità”?
Siamo troppo vincolati al concetto di normalità, ma la normalità non esiste: se mettiamo insieme sei milioni di persone con disabilità più i loro congiunti, le famiglie arcobaleno, i vegetariani, gli induisti, gli italiani di seconda generazione, ecco che il concetto di normalità diventa evanescente.

Un vecchio adagio sostiene che compito del giornalista è raccontare l’uomo che morde il cane e non il cane che morde l’uomo. Se questo è vero, perché allora ci stupiamo che i media privilegino le storie straordinarie?
Fa più rumore un albero che cade nella foresta piuttosto che mille alberi che crescono, dice un proverbio orientale. La realtà è quella che è, poi come viene descritta, duplicata e divulgata è tutta un’altra storia. Nel mio blog cerco di rappresentare la normalità: se per andare a teatro ho dovuto indossare il pannolone, parlo dell’incontinenza ma anche di quanto sia bello uno spettacolo di saltimbanchi. È un limite del giornalismo pensare che si debba essere necessariamente dei supereroi. Ci si dimentica delle storie minute. “La storia siamo noi” cantava Francesco De Gregori. E aveva ragione perché siamo noi, gente comune, a fare la storia. Accanto alle storie eclatanti, ci sono le storie di tutti i giorni. E noi dobbiamo assumerci la responsabilità di raccontarle queste storie. Eterosessuali, omosessuali, disabili, artisti, qualunque sia il nostro ambito di appartenenza, dobbiamo avere il coraggio di raccontare noi stessi in prima persona altrimenti saranno sempre gli altri a raccontarci.

“È un limite del giornalismo pensare che si debba essere necessariamente dei supereroi. Ci si dimentica delle storie minute”

Cosa intende quando dice che le persone con disabilità devono raccontare sé stesse?
Prendiamo il mio caso: ho una tetraplegia, ho perso totalmente l’uso delle gambe e posso utilizzare le mani al 10%. E poi ho tutta una serie di esiti derivanti da una malattia grave come la sindrome di Miller-Fisher, che mi ha bloccato per tre anni in ospedale in bilico tra la vita e la morte. Dopo un primo periodo in cui ho valutato se farla finita ricorrendo all’eutanasia, ho compreso che quell’enorme quantità di energia che mi sarebbe servita per andare in Svizzera potevo utilizzarla per ricominciare. C’era il corpo che non voleva morire e chiedeva di andare avanti, e poi c’erano gli affetti. Insomma, mi sembrava un atto improprio abbandonare le persone che stavano lottando per me. Ho deciso di rigiocare la partita. In questo contesto se non sono io stesso a raccontarmi, se non siamo noi, persone disabili, a raccontare la nostra specificità, se non siamo noi individui a rappresentare le nostre vite, firmiamo una delega in bianco. E le deleghe in bianco sono sempre nocive, perché l’altro guarda le cose dal suo punto di vista, mentre è necessario trovare il coraggio di far sentire la nostra voce e guardare la realtà con i nostri occhi, andando avanti nel mondo con le nostre possibilità residue. Nel mio blog non parlo solo di disabilità: racconto il mondo dal mio punto di vista, dall’altezza di 1 metro e 20, che è esattamente la mia altezza da seduto.

Vuol dire che è meglio che siano le stesse persone disabili a raccontare la disabilità?
No, al contrario. Penso che non si debba essere neri per parlare dei braccianti dei ghetti del Sud Italia, che non bisogna essere migranti per parlare della carneficina che avviene ogni giorno nel Mediterraneo, che non bisogna essere atleti per parlare di sport. L’arte della narrazione appartiene a chiunque, non c’è un monopolio. Barbara Garlaschelli è una scrittrice in carrozzina, ma i suoi libri non parlano solo disabilità. Il limite che riscontro in molti blog di persone disabili è che si parla delle sfighe dell’universo, senza soffermarsi abbastanza sulla bellezza del vivere. Vivere è un mestiere estremamente complicato per tutti, non solo per chi si sposta in carrozzina o convive con altre forme di disabilità. Non ci sono esclusive, nessuno possiede la chiave di come si debba vivere e raccontare la vita.

C’è un media o una forma d’arte che, secondo lei, ha raccontato particolarmente bene la disabilità in questi anni?
Nel mondo del teatro esistono rappresentazioni della disabilità interessanti. Ci sono compagnie formate da attori disabili professionisti: persone con disabilità che incontrano il mondo del teatro e diventano dei raffinati interpreti. Pippo Delbono ha realizzato spettacoli meravigliosi, utilizzando attori disabili di livello internazionale. Non credo che esista una forma di espressione che sappia raccontare la disabilità meglio delle altre. Ci sono cose di grande interesse anche nel campo della narrativa oppure nella fotografia. Shoba Battaglia, per esempio, ha fatto dei servizi fotografici di grande delicatezza e poesia sulle persone con sindrome di Down, così come ha realizzato delle rappresentazioni del mondo delle persone con autismo di una crudezza e di una sofferenza strazianti. Mentre mi sembra che il cinema e la televisione, avendo l’esigenza di accontentare un po’ tutti, finiscono per avere dei limiti: l’handicappato deve apparire sempre bello, simpatico e, in qualche modo, piacevole. Prevale, insomma la voglia di mettere un po’ tutti d’accordo. L’autismo non ha nulla di carino e simpatico, non è quello che appare in “Rain Man”. Nel film Tom Cruise e Dustin Hoffman sono meravigliosi, ma l’autismo è tutta un’altra cosa.

La scommessa è colonizzare i media generalisti

Intervista a Simona Lancioni, esperta e attivista sui temi della disabilità. È responsabile di Informare un’H- Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli

“Esistono elementi negativi ed elementi positivi nella rappresentazione della disabilità sui media oggi. Persiste la tendenza all’uso di registri abilisti, che presentano la disabilità in termini negativi, distinguendo tra persone disabili e non disabili, come se non ci fosse continuità tra questi due universi. Per esempio, all’inizio della pandemia, per tranquillizzare la popolazione, i media insistevano sul fatto che i morti per covid-19 fossero solo persone anziane e con patologie pregresse. Come se si trattasse di perdite tollerabili”. Dipinge un quadro fatto di ombre e di luci Simona Lancioni, attivista in tema di disabilità e responsabile di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, promosso dall’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare (Uildm) sezione di Pisa, insieme al Comune di Peccioli. “E poi i media dimenticano continuamente la matrice relazionale della disabilità: la stessa Convenzione Onu del 2006 ricorda che la disabilità deriva dall’interazione delle persone con un ambiente non pensato e costruito per loro”.

“Persiste la tendenza all’uso di registri abilisti, che presentano la disabilità in termini negativi, distinguendo tra persone disabili e non disabili, come se non ci fosse continuità tra questi due universi”

C’è altro che non la convince?
Mi viene in mente l’edizione di Sanremo 2021, quando Amadeus ha presentato Donato Grande, attaccante delle Nazionale italiana di powerchair football, come “portatore di handicap”, locuzione che non si usa più da decenni. Inoltre, sul palco dell’Ariston, l’unico a essere trattato da campione era Ibrahimovic. C’è sempre qualcosa in meno o qualcosa in più nell’impresa di una persona con disabilità. Si ripropone quel bipolarismo tra il pietoso e l’eroico che pensavamo di aver superato.

Queste sono le ombre. E le luci?
Lo scorso febbraio, il settimanale Donna Moderna ha pubblicato un servizio sulla disabilità al femminile, che rappresenta un ottimo esempio di comunicazione. A marzo, anche Repubblica.it ha realizzato un dossier sulle donne con disabilità, in cui sono state riportate tante testimonianze che toccavano aspetti diversi, dalla femminilità ai servizi sanitari, fino all’accesso al lavoro. Un articolo su L’Espresso ha raccontato, partendo dal ddl Zan, le discriminazioni nei confronti delle persone disabili. Poi ci sono il blog Invisibili de Il Corriere della sera, che ospita numerosi interventi di persone con disabilità, e le attiviste che scrivono su riviste generaliste. Penso a Marina Cuollo che cura la rubrica “Area Marina” su Vanity Fair oppure alle sorelle Elena e Maria Chiara Paolini, che scrivono su The Vision.

Cosa bisognerebbe fare allora?
Insistere sulla formazione di chi lavora nel mondo della comunicazione, cercando di coinvolgere le persone con disabilità negli interventi formativi. Il problema è sempre lo stesso: chi opera in questo campo, a parte rare eccezioni, non ha una formazione specifica sull’argomento.

La tesi che i media ripropongono quasi sempre le persone con disabilità come persone “straordinarie” la convince?
Sì, è la solita rappresentazione che va dal pietoso all’eroico, trascurando tutto quello che c’è in mezzo. È chiaro che nelle testate specializzate il linguaggio è più attento, preciso e rispettoso, il problema è che questi media sono seguiti prevalentemente da chi è già sensibile al tema. Vanno, invece, colonizzati i media generalisti, dove oggi qualcosa comincia a vedersi, ma non è ancora abbastanza. Spesso chi scrive non solo non è disabile, ma non si confronta con le persone con disabilità.
Vanno meglio gli altri media?
Molti blog di persone con disabilità raccontano la quotidianità degli autori e delle autrici, andando a colmare un’importante lacuna di rappresentazione. Inoltre, il lancio di temi come l’abilismo è partito per iniziative dal basso, sfruttando la forza dei social e della rete.

L’etichetta falsifica la realtà. Anche sui media

Intervista a Carlo Miccio, cofondatore del Comip – Figli di genitori con disturbo mentale e autore del romanzo “La trappola del fuorigioco”, pubblicato nel 2017 dall’editore Alphabeta, all’interno della Collana 180

“La follia rispetto ad altri tipi di disabilità ha un problema di percezione, non è immediatamente avvertita dall’altro, il che genera discorsi infiniti sull’esistenza o meno di una malattia o di una diversità reale. Io credo che il dato di fondo sia il dolore, dove si trova dolore lì c’è da intervenire”. Parte da lontano il colloquio con Carlo Miccio, autore del romanzo La trappola del fuorigioco e, precedentemente, tra i fondatori dell’associazione Comip-Figli di genitori con disturbo mentale. “Definire la follia come uno dei tanti stati possibili dell’essere non mi sembra corretto. Dire che siamo tutti un po’ matti mi sta anche bene, ma a patto di non sminuire il dolore di chi soffre di patologie vere e proprie”.

Come giudica la rappresentazione mediatica della disabilità negli ultimi anni?
Se penso alla rappresentazione mediatica mi viene in mente un film del 1988, che molti hanno visto: “Rain Man” di Barry Levinson. Già all’epoca quella rappresentazione dell’autismo, trasformato in una somma di superpoteri, mi fece arrabbiare. Chi ha un parente autistico sa che le difficoltà sono molto più forti delle eventuali abilità. Nel film, invece, si avverte una certa falsità e un orientamento al lieto fine abbastanza tipico di quel genere di racconto.

Tutto da buttare il film? Eppure all’epoca il tema dell’autismo era totalmente assente sul grande schermo.
Direi che ci muoviamo su confini molto labili: quando siamo di fronte a una condizione di disabilità fisica o psichica è importante riuscire a intravedere anche le possibilità che quella condizione può offrire. Quello che dà fastidio in “Rain Man” è una rappresentazione un po’ troppo oleografica dell’autismo. È vero, però, che alcune persone riescono a sviluppare un forte grado di creatività e di profondità grazie alla propria disabilità. È chiaro che, se uno trascorre la vita in sedie a ruote, vedrà probabilmente le cose da un’angolazione diversa. In alcuni casi, il cambio di prospettiva può effettivamente produrre risultati positivi in termini di crescita. Essere disabili non significa per forza essere infelici, come essere “abili” non significa necessariamente essere felici. Alla fine non è questione di felicità, è questione di capacità di reazione alla vita.

“Essere disabili non significa per forza essere infelici, come essere “abili” non significa necessariamente essere felici”

Qual è, secondo lei, l’immagine del disagio mentale veicolata dai media?
Non sono un grande fruitore di televisione ma, in generale, la rappresentazione della disabilità in tv sembra caratterizzata da un senso di omologazione e stereotipizzazione. La legge Basaglia ha impresso una grande svolta al trattamento del disagio mentale: l’idea di centrare la terapia sull’individuo e non sulla malattia ha costituito una grande innovazione. Continuo a credere che questo sia l’approccio giusto a qualsiasi tipo di alterità. In questo modo non esistono più i disabili come categoria, e neppure gli schizofrenici, i bipolari, i nevrotici. L’etichetta falsifica la realtà. C’è sempre un individuo che va al di là delle diagnosi, delle cartelle cliniche, delle patologie. A volte, poi, l’etichetta scade nel macchiettismo, basti pensare alla raffigurazione delle persone con sindrome di Down sempre allegre e simpatiche. È una rappresentazione che nasce dallo sguardo dello spettatore e non dall’identità del soggetto che viene osservato.

“L’etichetta falsifica la realtà. C’è sempre un individuo che va al di là delle diagnosi, delle cartelle cliniche, delle patologie”

Oggi non c’è più la stessa vergogna di un tempo a parlare della propria disabilità o di quella dei propri cari. È un passaggio giusto e necessario, ma in questo modo non si rischia che la disabilità finisca per schiacciare la persona, fagocitandone l’intera identità?
Sì, è un problema reale. Ed è esattamente ciò che è accaduto a me dopo aver pubblicato “La trappola del fuorigioco”, un romanzo in cui raccontavo il disagio mentale e i suoi effetti a partire dalla storia della mia famiglia. Dopo un certo numero di presentazioni del libro e di incontri pubblici, cominciavo a provare il fastidio di sentirmi anch’io incasellato. Dall’altro lato, però, c’è la maggiore attenzione, anche di segno positivo, da parte dei media su questi temi. Per esempio, la fiction “La bambina che non voleva cantare”, trasmessa lo scorso marzo su Rai 1, ha mostrato alcuni particolari della storia di Nada che io, pur avendola seguita da sempre, non conoscevo. Per esempio non sapevo che Nada fosse figlia di una paziente psichiatrica. La fiction mostra come la sua carriera musicale sia nata anche grazie alle ossessioni di una madre compulsiva e psicotica. Insomma, esistono pro e contro. C’è sì una maggiore attenzione alla disabilità da parte dei media ma anche un pericolo di stereotipizzazione, non tutti riescono a confrontarsi ugualmente bene con la complessità.

Sta pensando a qualcosa in particolare?
Prendiamo un film famoso come “Qualcuno volò sul nido del cuculo”: presenta una divisione netta tra buoni e cattivi che nella vita reale non c’è mai. È vero che la psichiatria è una questione di potere, come ci hanno insegnato Focault, Basaglia e tanti altri, ma quel film non ha reso un buon servizio alla causa delle persone con disagio mentale, perché ha eccessivamente semplificato una realtà complessa. Si può fare di molto meglio, insomma: “Mental”, una recente serie televisiva italiana ambientata in un reparto psichiatrico per minori, racconta con il tono giusto le condizioni di disagio psichico nella fascia giovanile, ma soprattutto ha il pregio di farci vedere le persone oltre la malattia. Poi ci sono i docufilm, come “Crazy for football”, realizzato nel 2016 da Volfango De Biasi a partire dalle vicissitudini di un gruppo di aspiranti calciatori provenienti da diversi dipartimenti di salute mentale, che inseguono il sogno di partecipare al campionato mondiale di calcio per pazienti psichiatrici.

Per molti anni la salute mentale sembrava quasi scomparsa dai radar dell’informazione rispetto ad altri temi come lo sport paralimpico, l’autismo, le disabilità fisiche. Ora sembra tornare a fare capolino, soprattutto nel mondo editoriale, ma non solo. Cosa le sembra cambiato a livello di rappresentazione?
Nella cultura italiana si è verificato un grande cambiamento rispetto agli anni Settanta. Allora veniva proposta una visione sociale, che ha prodotto dei cambiamenti importanti. Uno dei migliori film sulla salute mentale che abbia mai visto è “Padiglione 25” di Massimiliano Carboni. Un documentario del 2016 tratto dall’omonimo libro di Claudia Demichelis, che racconta l’occupazione di un padiglione del manicomio di Santa Maria della Pietà avvenuta tra il 1975 e il 1976 a opera di pazienti psichiatrici e infermieri. All’epoca la malattia mentale veniva avvertita come un problema sociale, che richiedeva risposte sociali. Oggi, invece, si è imposto il modello individuale: l’eroe solitario che, malgrado i tanti problemi che lo affliggono, riesce a sconfiggere il destino avverso. Sotto questo punto di vista si è fatta un bel po’ di strada indietro.

“Si è imposto il modello individuale: l’eroe solitario che, malgrado i tanti problemi che lo affliggono, riesce a sconfiggere il destino avverso”

Dove c’era il sociale, oggi ci sono i social?
Quella sui social è una comunicazione unidirezionale che riflette una società molto più frammentata rispetto a quella in cui è nata la legge 180. È cambiata la società ma non nel senso in cui sperava Basaglia. o venuti meno i presupposti sui cui all’epoca si basava la riforma della psichiatria.

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