Afghanistan, Nove onlus: la disabilità, dramma nel dramma.

Il racconto di Livia Maurizi, project manager dell’associazione, impegnata nel Paese anche al fianco delle persone con disabilità. “Siamo riusciti a far fuggire una delle nostre driver, che ha due figli di cui uno paraplegico: ha affrontato la fila della disperazione con suo figlio in braccio e ce l’ha fatta”

D. ce l’ha fatta: ha tenuto per ore in braccio il suo bambino, che ha una disabilità e non può stare in piedi da solo, fino a raggiungere il “gate” e salire a bordo dell’aereo che l’ha portata in Italia. “Ora è in una struttura per la quarantena, affaticata e traumatizzata ma felice per aver portato il figlio al sicuro, in un Paese in cui anche la sua disabilità sarà accolta in modo più adeguato”. A parlare è Livia Maurizi, project manager dell’associazione Nove onlus, che in Afghanistan gestisce diversi progetti, per lo più a sostegno delle persone con disabilità. “D. è una delle nostre driver, che abbiamo formato e inserito nell’ambito del progetto Pink Shuttle: pulmini per il trasporto delle donne, guidati da autiste donne.

Mamma single di due bambini, è una delle centinaia di persone che abbiamo aiutato a lasciare il Paese, insieme al Comando Operativo di Vertice Interforze, al ministero degli Affari Esteri, e ai Carabinieri del Tuscania. Per tutti l’evacuazione è complicata, spesso drammatica – racconta Maurizi – File lunghissime, noi le chiamiamo ‘file della disperazione’: c’è chi sviene, chi rinuncia e torna a casa, chi rischia di morire. Per una persona con disabilità, è praticamente impossibile affrontare un’impresa del genere: D. ha tenuto suo figlio in braccio e l’altro per mano. E’ chiaro come siano svantaggiati, in una situazione del genere, proprio i più vulnerabili”.

Chi è partito

Tanti infatti sono rimasti nel Paese: “Ci sono tre categorie di persone – ci spiega Maurizi -: chi è riuscito ad evacuare, chi vorrebbe evacuare ma non ci è ancora riuscito, chi è rimasto in Afghanistan, o perché non ha modo di andarsene, o perché ritiene che andarsene presenti un’incognita troppo grande anche rispetto ai rischi che corre nel proprio paese. Noi siamo al fianco di tutti. Chi è arrivato in Italia, che oggi vive un doppio sentimento: da un lato la felicità e il sollievo di essere in salvo e non doversi più preoccupare di salvaguardare la propria vita; dall’altro, il grande dolore per aver lasciato propria patria, l’angoscia per le immagini dei bombardamenti. Tanti hanno lasciato i genitori, i fratelli, gli amici. Oltre a supportarli psicologicamente, a queste persone vogliamo soprattutto garantire integrazione, perché il nostro obiettivo è dare formazione, lavoro, inclusione, oltre l’assistenza in emergenza”.

A tal proposito, Nove onlus ha già ricevuto la disponibilità di alcune cordate di aziende e spera in altre collaborazioni, invitando gli imprenditori a contattare la mail dell’associazione (info@noveonlus.org).

Chi vuole partire

Fin quando è stato possibile, prima degli attentati di ieri e della chiusura dell’aeroporto per gli afghani, Nove onlus, insieme alla sua cordata, è stata anche accanto a chi cercava di partire, svolgendo un lavoro che definirei di intelligence – ci spiega Maurizi – Abbiamo formato gruppi Whatsapp gestiti da afghani che si trovano fuori dal Paese.

Attraverso uno scambio d’informazioni e di posizione e la triangolazione dei dati, abbiamo aiutato le autorità a individuare ed evacuare soprattutto chi rischia di più. E’ un lavoro complicatissimo, sono giorni che facciamo turni e dormiamo pochissimo. Poi, i due coordinatori afghani espatriati, in contatto costante con i gruppi WhatsApp, hanno radunato tutti in punti prestabiliti per farli avanzare verso i gate. Degli osservatori posizionati lungo il percorso segnalavano blocchi e pericoli. Tutte le donne erano vestite di nero con un nastro rosso per facilitarne il riconoscimento”.

Chi è rimasto

Infine, c’è chi è rimasto in Afghanistan, per scelta o per necessità. “Cerchiamo di rimanere in contatto con loro. Ci parlano di una situazione ‘quiet’ – racconta Maurizi – tranne che nelle vicinanze dell’aeroporto. Ma a cosa porterà questa tranquillità, nessuno può saperlo e la preoccupazione è tanta. Noi naturalmente resteremo accanto a chi è rimasto, ora dobbiamo capire cosa i talebani permetteranno di fare e come potremo portare avanti il nostro lavoro. Abbiamo in mente, per esempio, in collaborazione con la fondazione Only the brave, di convertire il nostro progetto ‘Pink shuttle’ in un servizio di consegna di cibo, acqua e anche alloggio, per chi è più a rischio”.

Intanto, tutte le attività dell’associazione Nove in Afghanistan si sono dovute fermare: tanti progetti, per lo più a sostegno delle persone con disabilità, che nel Paese sono emarginate e private di ogni opportunità. “Puntiamo soprattutto sullo sport come strumento d’inclusione – ci racconta ancora Maurizi – In particolare, ci occupiamo di supportare la nazionale di pallacanestro femminile e maschile in carrozzina, in collaborazione con la Croce Rossa Internazionale, soprattutto con Alberto Cairo: forniamo risorse per partecipazione a tornei, per acquistare le carrozzine sportive ecc.

L’unica attività che pare non si sia fermata è la costruzione di un secondo palazzetto dell’Afghanistan per gli atleti disabili, ad Herat, che dovrebbe concludersi a fine anno. Anche nei progetti non direttamente rivolti alla disabilità, questa rappresenta comunque un aspetto chiave: per esempio, i nostri centri di formazione per l’inserimento lavorativo hanno un’attenzione particolare per le persone con disabilità. E tra i pulmini del Pink Shuttle, uno è adattato per il trasporto delle donne in carrozzina. Ora, tutto è fermo, in attesa di capire cosa sarà possibile portare avanti sotto i talebani”.

Cosa fare?

L’attenzione in questo momento è altissima e con questa anche la solidarietà: “Riceviamo offerte di denaro, di alloggio e di lavoro per le persone che sono arrivate in Italia. Ma cosa accadrà quando i riflettori si spegneranno?”, si domanda Maurizi. Per questo, per evitare che l’attenzione cali e con questa venga meno il supporto, l’associazione ha lanciato una raccolta fondi, ma anche una campagna di comunicazione e sensibilizzazione, insieme a Radio Bullets, il Cantiere delle Donne e altre associazioni, a sostegno delle donne afghane e delle famiglie: “#saveafghanwomen”.

Come ci spiega Flavia Mariani, responsabile della comunicazione di Nove onlus. “chiediamo a tutti di pubblicare sui social, insieme all’hashtag ‘#saveafghanwomen’, una foto in cui indossano un nastro rosso al braccio, che è stato il segno di riconoscimento di chi doveva essere evacuato. L’obiettivo è tenere alta l’attenzione, anche quando i riflettori si spegneranno: un’attenzione fondamentale per continuare a supportare chi è rimasto nel Paese e e aiutare chi lo ha lasciato a costruirsi subito un futuro, in cui le proprie competenze e capacità possano essere valorizzate, a beneficio di tutta la comunità”.
(difesapopolo.it)

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