Sono finite le Paralimpiadi: non dimentichiamoci delle persone con disabilità

Durante le settimane delle Paralimpiadi le luci erano puntate sulle storie di atleti e atlete che ci hanno spesso emozionato. Ma ora, mentre calano i riflettori, non possiamo dimenticarci che il nostro Paese è ancora indietro quando si parla di inclusione e accessibilità per le persone con disabilità. Sono ancora pochi i fondi che investiamo per permettere alle persone con disabilità la miglior qualità della vita possibile, per non far diventare quelle che per la maggior parte dei cittadini sono semplici azioni quotidiane in vere e proprie imprese. Ed è così che la disabilità spesso diventa motivo di marginalità sociale ed economica.

Calano i riflettori sulle Paralimpiadi. Ma adesso, dopo aver festeggiato ben 69 medaglie, l’Italia non può dimenticarsi delle persone con disabilità. Non basta raccontare le storie di atleti e atlete per qualche settimana, emozionandosi per i risultati raggiunti, per potersi considerare un Paese inclusivo. Soprattutto se durante il resto dell’anno non si presta la minima attenzione a barriere architettoniche o equa accessibilità ai servizi per tutti i cittadini. Che è un problema concreto e attualissimo.

Nel nostro Paese, secondo gli ultimi dati messi a disposizione dall’Istat, le persone con disabilità sono circa 3 milioni e 150 mila, cioè il 5,2% della popolazione totale. E se pensiamo che l’Italia nel 2021 sia un Paese su misura per tutti, ci sbagliamo. Sono ancora pochi i fondi che investiamo per permettere alle persone con disabilità la miglior qualità della vita possibile, per non far diventare quelle che per la maggior parte dei cittadini sono semplici azioni quotidiane in vere e proprie imprese. Ed è così che la disabilità spesso diventa motivo di marginalità sociale ed economica.

L’Italia non è un Paese su misura per tutti

L’Italia, nel 2009 ha sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Nel sito del ministero delle Politiche sociali si legge:

Scopo della Convenzione, che si compone di un preambolo e di 50 articoli, è quello di promuovere, proteggere e assicurare il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti e di tutte le libertà da parte delle persone con disabilità. A tal fine, la condizione di disabilità viene ricondotta all’esistenza di barriere di varia natura che possono essere di ostacolo a quanti, portatori di minorazioni fisiche, mentali o sensoriali a lungo termine, hanno il diritto di partecipare in modo pieno ed effettivo alla società.

Ma è davvero così? Alle persone con disabilità viene davvero garantito il “pieno ed uguale godimento di tutti i diritti”? In realtà, basta esaminare pochi dati, presentati dal presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, in un’audizione lo scorso marzo, per rendersi conto di una serie di ostacoli che le persone con disabilità si devono quotidianamente confrontare per rendersi conto di quanto spesso l’inclusione sia solo sulla carta.

Gli ostacoli quotidiani che troppo spesso dimentichiamo

Ad esempio, “la capacità di spostarsi liberamente è molto limitata tra le persone con disabilità” e “i dati sulla mobilità, relativi al 2019, mostrano che solo il 14,4% delle persone con disabilità si sposta con mezzi pubblici urbani, contro il 25,5% del resto della popolazione“. Parte di questa differenza è dovuta al fatto che nel nostro Paese manchi l’attenzione necessaria, e conseguentemente gli appropriati stanziamenti, agli accorgimenti per rendere i mezzi di trasporto più accessibili e usufruibili anche dalle persone con disabilità.

Carenze di questo tipo hanno radici profonde, che si esplicano anche nelle politiche di inclusione di bambini e ragazzi nelle attività scolastiche. Se è vero che negli anni la partecipazione di alunni e alunne con disabilità che frequentano le scuole italiane è aumentata (tra il 2019 e il 2020 quasi 13 mila in più rispetto all’anno scolastico precedente), è altrettanto vero che il 37% di questi studenti non ha accesso a una formazione specifica. Specialmente nel Mezzogiorno.

Non solo: secondo i dati aggiornati del sistema di indicatori del Benessere equo e sostenibile dei territori dell’Istat, meno di una scuola su tre dispone di ascensori, bagni, porte e scale a norma per considerarsi accessibile per gli alunni con disabilità motoria.

Quando disabilità diventa marginalità

E anche fuori dalla scuola, l’inserimento nel mondo del lavoro delle persone con disabilità non è automatico. Sebbene esistono delle norme per favorire la partecipazione al mercato del lavoro, permane comunque uno svantaggio di fondo: nel 2019 risultava occupato solo il 32,2% della popolazione con disabilità tra i 15 e i 64 anni.

Una conseguenza, sottolineata sempre dall’Istat, è che le persone con disabilità si trovano in genere in condizioni economiche più svantaggiate: “Le famiglie delle persone con disabilità godono in media di un livello più basso di benessere economico: secondo le ultime stime disponibili, il loro reddito annuo equivalente medio (comprensivo dei trasferimenti da parte dello Stato) è di 17.476 euro, inferiore del 7,8% a quello nazionale“, si legge tra i dati dell’Istituto.

Insomma, non ci si può ricordare dei diritti delle persone con disabilità solo quando le luci sono puntate sull’evento sportivo del momento e poi dimenticarsi delle barriere architettoniche nelle città o dell’insufficienza delle politiche di inclusione non appena cala il sipario sulle Paralimpiadi.

(fanpage.it)

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