Parole di Carta: Pillole di Umorismo

Se c’è un problema, c’è la sua soluzione – Rubrica a cura di Antonella Carta – Insegnante/Scrittrice – Questa rubrica si propone di passare in rassegna alcune delle piccole-grandi difficoltà del quotidiano di persone con disabilità e, anche con la collaborazione di chi ci è già passato, proporre una strada, senza la pretesa che sia la soluzione

Lo sguardo di Lello Marangio sul mondo

Chi ha una disabilità o vive a contatto con familiari che hanno una disabilità s’imbatte spesso negli stereotipi e nel pregiudizio, barriere forse più spesse e dolorose di quelle architettoniche. Non così raramente si arriva all’emarginazione, anche quella educata, e, nei casi peggiori, al bullismo.
Spesso ci si scoraggia e non si riesce a far fronte ai problemi.

Qualcun altro, invece, riesce a reagire e, magari, a fare della propria vita arte, anche attraverso l’ umorismo e l’autoironia.
È il caso di Lello Marangio, umorista e autore di testi comici per teatro, cinema, cabaret e televisione. Al suo attivo ha anche la pubblicazione di tre libri (Al mio segnale scatenate l’infermo, Una lunghissima giornata di merda, Il Mercatino di Roccagioiosa) tutti editi da Homo scrivens (presenti in libreria, su Amazon e sui siti specializzati e su www.homoscrivens.it) nei quali rivede con fine umorismo alcuni degli aspetti meno comodi della realtà, con effetti spesso esilaranti.

Lello ha una disabilità motoria che non lo ha mai fermato, anzi forse gli è stata di spinta sia come autore che come uomo.
Francesco Paolantoni, uno degli attori comici con cui collabora di frequente, lo definisce “uno dei migliori medici in circolazione”. La sua medicina è l’umorismo.

Da quando ho coscienza di me – racconta – ho utilizzato istintivamente il mio umorismo innato. Mi ha aiutato ha prendere la disabilità in modo diverso e a far sì che la gente si avvicinasse a me. Lo stereotipo del disabile irrimediabilmente triste, che fissa il nulla con una coperta sulle gambe o crea collane con la pasta stride con l’immagine reale di molte persone che, malgrado abbiano una disabilità, hanno costruito per sé una vita qualitativamente ben diversa. La mia chiave per farlo è l’approccio autoironico, lieve ma non superficiale, ai vari aspetti della vita. Il disabile che rimane chiuso in se stesso, che evita di uscire, di contattare gli altri, rischia di inacidire.”

In effetti tante sono le persone che avendo una seria difficoltà, non necessariamente una disabilità, non riescono a reagire e rimangono prigioniere della propria rassegnazione o della cattiveria degli altri, e non sempre basta sentirsi dire che “tu hai una disabilità, ma non sei la tua disabilità.”
Quindi che fare?

IL CONSIGLIO

“È indispensabile prendere atto di sé, fare i conti con ciò che è la propria disabilità, mettere in gioco ciò che si ha a disposizione senza lasciare niente nel cassetto. Il fuoco si fa con la legna che si ha: non posso fare di più ma non devo fare nemmeno di meno, altrimenti sono sconfitto in partenza. La disabilità non deve far da scudo alla possibilità di vivere fino in fondo.

Bisogna ricordarsi che nasciamo con la predisposizione alla vita, ma la voglia di vivere questa vita va coltivata, bisogna averne fame.

Non è detto che ciò che oggi non va, domani non possa essere superato e cambiato. Moltissimo però dipende dal nostro atteggiamento, dalla nostra voglia di non fermarci, e dallo spirito con cui si affrontano le difficoltà. Io ad esempio ho scoperto di avere una predisposizione a scrivere in maniera umoristica a tredici anni.

Sulla sedia a rotelle perché poliomelitico, vivevo l’ora di Educazione fisica in un angolo, a guardare i miei compagni. Un giorno approfittai di quel tempo per riscrivere in modo ironico il Codice stradale. Lo scritto mi fu sequestrato dal professore che, dopo averlo letto, invece che arrabbiarsi scoppiò a ridere e lo fece leggere a tutti i colleghi. Beh, il ragazzo che era escluso dalla lezione di Educazione fisica ha poi fatto due volte a nuoto la traversata dello Stretto di Messina.

L’umorismo è stato la chiave di volta della mia vita, è il modo che ho per esprimermi e avere dei riscontri; vedere il miei libri in giro, ricevere l’apprezzamento di chi li ha letti, mi rende felice perché mi dà l’idea di stare parlando a tanta gente.

Mi viene da pensare che l’umorismo sia per me il corrispettivo di ciò che qualcos’altro è stato per Rocco Siffredi: mi ha consentito di aprire tante porte. Ciascuno deve seguire il proprio talento, quindi non dico che ciascuno debba inventarsi umorista se non è nelle sue corde. Ma si può comunque lavorare su se stessi per imparare ad approcciarsi alla vita con un atteggiamento più costruttivo e, in giusta misura, consapevolmente leggero, che non significa affatto superficiale.”

In conclusione, un sorriso non cambia la realtà ma può mutare il modo in cui la viviamo. E se non siamo per natura degli umoristi, apriamoci alla possibilità di ascoltare e leggere chi, essendolo, ci può aiutare.

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